Cartagine

Definizione

Joshua J. Mark
da , Tradotto da Alfonso Vincenzo Mauro
Pubblicato il 29 maggio 2020

Testo originale in inglese: Carthage

Roman Naval Attack on Carthage (by The Creative Assembly, Copyright)

Cartagine era una città-stato fenicia della costa nordafricana (facente ora parte dell'odierna Tunisia), la quale, prima delle Guerre puniche contro Roma (264 – 146 AEC), fu la maggiore, più ricca e più potente entità politica del Mediterraneo. La città era originariamente nota come Kart-hadasht (“città nuova”, in fenicio) onde distinguerla dalla vicina e più antica città fenicia di Utica. I greci la chiamarono Karchedon, donde il nome latino Carthago usato dai romani.

Fu fondata nell’814 AEC circa, dalla regina fenicia di dibattuta storicità Didone, e crebbe in popolazione a seguito dell’influsso di rifugiati da Tiro quando questa fu conquistata da Alessandro Magno nel 332 AEC — sino ad espandersi diventando la capitale d’un impero con colonie lungo la costa africana (come Siburata, oggi in Libia), in Sicilia, in Spagna e altrove; status e colonie nel cui possedimento, dopo le Guerre puniche, le si sostituirà Roma quale superpotenza mediterranea.

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La Storia dell’antica città è consuetudinariamente divisa in cinque periodi:

  • Cartagine antica (Repubblica punica): circa 814 – 146 AEC
  • Cartagine romana: 146 AEC – 439 EC
  • Cartagine vandala: 439 EC– 534 EC
  • Cartagine bizantina (Esarcato d’Africa): 534 EC – 698 EC
  • Cartagine arabo-musulmana (Cartagine islamica): 698 EC – 1270 EC

Questo articolo si focalizzerà, per questioni di lunghezza, principalmente sulla Cartagine antica della Repubblica punica.

Nel 698 EC la città fu conquistata durante l’invasione arabo-musulmana dell’Africa settentrionale e distrutta; sarebbe stata ricostruita, ma su scala modesta se paragonata ai fasti d’un tempo, e poi definitivamente distrutta sotto il regno di Maometto I al-Mustansir (r. 1228 – 1277 EC) dopo la sconfitta dei cristiani europei dell’Ottava crociata del 1270 EC  Il sito restò abitato, ma le antiche rovine abbandonate fino al decennio del 1830 EC quando vi iniziarono moderni scavi archeologici.

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Fondazione ed espansione

Secondo la leggenda, Cartagine fu fondata dalla regina fenicia Elissa (meglio nota come Didone) nell’814 AEC circa; quantunque la storicità di Didone sia stata posta in dubbio, la fondazione data all’incirca a questo periodo. Didone, secondo il mito in fuga dalla tirannia del fratello Pigmalione di Tiro, approdò in Africa settentrionale e stabilì un insediamento sull’alta collina successivamente nota come Byrsa; la leggenda afferma che il capo berbero che controllava la regione le garantì tanta terra quanta ne avrebbe coperta una pelle di bue, e Didone, tagliatene striscioline, le dispose in fila circondando la collina e ottenendola per sé e la sua gente.

La città prese a svilupparsi significativamente a seguito della distruzione, da parte di Alessandro Magno, nel 332 AEC, del grande polo produttivo e commerciale di Tiro.

Il regno di Didone fu descritto dal poeta romano Virgilio (70 – 19 AEC) e da altri come ragguardevole, rimarcando come la città da piccola comunità in collina crescesse fino a diventare una grande metropoli. Di là dalla leggendarietà di questa narrazione e di simili altre, Cartagine, la quale pur parendo non essere stata inizialmente che uno scalo portuale minore dove i fenici sostavano, facevano rifornimenti e riparavano le imbarcazioni, si presenta senz’altro come preminente centro commerciale dal IV secolo AEC.

La città prese a svilupparsi significativamente a seguito della distruzione, da parte di Alessandro Magno, nel 332 AEC, del grande polo produttivo e commerciale di Tiro (ritenuta la città-madre coloniale di Cartagine). In fuga da Tiro, i rifugiati recarono a Cartagine tutti i loro averi e ricchezze — siccome molti dei graziati da Alessandro erano sostanzialmente gli abbienti che poterono comprarsi salva la vita, i considerevoli averi che scamparono a Cartagine contribuirono alla crescita economica che la rese di fatto il nuovo centro del commercio fenicio.

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I cartaginesi stabilirono inoltre relazioni lavorative con le tribù berbere (Imazighen) dei Massesili e Massili del regno nordafricano di Numidia, le quali ne infoltirono i ranghi militari principalmente con la loro formidabile cavalleria. Da piccolo centro costiero, la città crebbe in dimensioni e splendore, con campi estesi su centinaia di ettari. Cartagine divenne presto la più ricca e potente città mediterranea.

La forma di governo, precedentemente monarchica, divenne dal IV secolo AEC una repubblica oligarchico-meritocratica al cui vertice erano due magistrati eletti noti come suffeti ("giudici", in fenicio sofet NdT) i quali governavano di concerto con un senato di 200-300 membri che ricoprivano la carica a vita. Le leggi, proposte dai suffeti e dal senato, venivano approvate da un’assemblea di cittadini. L’aristocrazia viveva in palazzi, la classe medio-alta in abitazioni più modeste ma sempre gradevoli, le classi inferiori in appartamenti o capanne fuori dal nucleo urbano.

Accanto ai proventi del commercio marittimo sic et simpliciter, la riscossione di tributi e tariffe commerciali incrementavano regolarmente la ricchezza della città: i suoi porti erano immensi, con 220 moli circondati da splendidi colonnati semicircolari, torreggianti arcate ed edifici ornati da statue greche. I porti, uno commerciale e l’altro militare, erano costantemente operativi nel rifornimento, nella riparazione e nell’equipaggiamento delle imbarcazioni. Navi commerciali cartaginesi veleggiavano giornalmente verso porti in tutto il Mediterraneo, mentre la formidabile marina militare ne garantiva la sicurezza, ed esplorava nuovi territori per l'approvvigionamento di risorse ed apriva nuove rotte commerciali attraverso campagne di conquista che costruirono un vero e proprio impero.

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Carthage and its Harbour
Carthage and its Harbour
by The Creative Assembly (Copyright)

La città constava di quattro distretti residenziali espansi intorno alla centrale cittadella della Byrsa, ed era circondata da mura che si estendevano dai porti all’entroterra per 37 chilometri. Vi erano tutti gli agi e le raffinatezze che si potessero trovare in una grande città antica: un teatro per l’intrattenimento, templi per le osservanze religiose, una necropoli, il mercato dell’agorà — tutto in scala relativamente più grandiosa. La divinità poliade era la dea dell’amore e della fertilità Tanit, al cui culto era associato il consorte Baal Ammone; si è considerata la possibilità a Tanit venissero sacrificati bambini presso un santuario a cielo aperto (il termine comune è tofet, ed è anche citato in fonti bibliche quale luogo di culto cananeo — N.d.T.), interpretazione posta tuttavia in dubbio dall’ugualmente plausibile eventualità il tofet di Cartagine non fosse che mera necropoli riservata a neonati e fanciulli.

Apogeo e invasioni

L’opulenza della città era dovuta non solo alla sua posizione vantaggiosa lungo la costa nordafricana, dalla quale poteva controllare l'altrui traffico marittimo incrociandolo con il proprio verso le colonie siciliane, ma si basava anche nell’abilità in agricoltura degli abitanti. Lo scrittore Magone di Cartagine (floruit III secolo) stese un’opera in 28 volumi inerente agricoltura e scienza veterinaria considerata la più esauriente del tempo, e riflettente l’intenso interesse punico per coltura e zootecnia. Tale era l’importanza riconosciuta agli scritti di Magone che essi furono tra le esigue cose salvate dai romani dopo la sconfitta finale di Cartagine nel 146 AEC — le citazioni latine dei testi sono infatti ciò che di essi ci resta.

I cartaginesi coltivavano alberi da frutto, viti, olivi, e verdura in un sistema di giardini urbani irrigati da piccoli canali; ma successivamente espansero questa coltura oltre le mura cittadine, nei campi di grano. La fertilità del suolo e la competenza in orticultura e agricoltura accrebbero la ricchezza attraverso sempre più fitte esportazioni sia verso l’interno che per mare. Cartagine fioriva.

Seasons Mosaic, Carthage
Seasons Mosaic, Carthage
by Osama Shukir Muhammed Amin (CC BY-NC-SA)

Ma fu proprio questa espansione a spingere inizialmente Cartagine in conflitto con altre città. Nel 310 – 307 AEC l’Africa settentrionale fu invasa da Agatocle tiranno di Siracusa (r. 317 – 289 AEC), il cui progetto era di sottomettere Cartagine e adoperarne la ricchezza a suoi personali scopi militari. Agatocle poté facilmente sfamare il suo esercito in loco grazie ai rigogliosi raccolti — fu sconfitto solo perché i libici e i berberi, i quali lavoravano quei campi, si unirono ai cartaginesi in gratitudine dell’equo trattamento da quelli ricevuto. Scacciato Agatocle dall’Africa settentrionale, Cartagine seguitò a prosperare finché non s’invischiò in un conflitto con Roma, all’epoca modesta città-stato sul Tevere, nel 264 AEC.

Le Guerre puniche

Il controllo della Sicilia era diviso tra Roma e Cartagine con sfere di influenza a supporto di opposte fazioni isolane che però avrebbero presto trascinato le due parti in uno scontro frontale. Questi conflitti sarebbero passati alla Storia come Guerre puniche dall’etnonimo latino Punicus, calco del greco Φοῖνιξ, Phoinix. Quando era più debole, Roma non costituì vera minaccia per Cartagine: la flotta militare di quest’ultima era lungamente stata capace di far rispettare il trattato che impediva alla Repubblica latina di commerciare col Mediterraneo occidentale. Ma quando scoppiò la Prima guerra punica (264 – 241 AEC), Roma si dimostrò ben più intraprendente e capace di quanto Cartagine immaginasse.

Quantunque non possedesse né una vera flotta militare né conoscenze di combattimento per mare, Roma costruì celermente 330 navi equipaggiate con rampe e congegni d’abbordaggio (il celebre "corvo", corvus) che venivano calati arpionando la nave nemica: così la battaglia marittima diventava una vera e propria battaglia terrestre. Dopo una serie di iniziali difficoltà tattiche, Roma prevalse in scontri cui seguì una sconfitta finale di Cartagine nel 241 a.C.   Fu forza si cedesse l’intera Sicilia a Roma e si pagasse una pesante indennità di guerra

Territories During the Second Punic War
Territories During the Second Punic War
by Javierfv1212 (CC BY-SA)

A seguito di questo conflitto, Cartagine restò invischiata in quella che è nota come Guerra mercenaria (o Guerra libica, 241 – 237 AEC), scoppiata quando le armate mercenarie che avevano combattuto per Cartagine domandarono il pagamento dovuto. Cartagine prevalse grazie agli sforzi e al genio del generale Amilcare Barca (circa 285 – 228 AEC), padre del celebre Annibale Barca (247 – 183 AEC) eroe della Seconda guerra punica.

Cartagine sofferse molto per la Prima guerra punica e la Guerra mercenaria, e quando Roma occupò le colonie cartaginesi di Sardegna e Corsica, i punici non poterono farci nulla: tentarono sì di porre riparo alla situazione espandendo i possedimenti in Spagna, ma di nuovo si scontrarono con Roma quando Annibale attaccò la città ispanica di Sagunto, alleata di Roma, nel 218 AEC.

La Seconda guerra punica (218 – 202 AEC) fu combattuta prevalentemente in Italia settentrionale, avendo Annibale invaso la penisola marciando dalla Spagna e attraverso le Alpi con le sue truppe. Annibale sopraffece i romani in ogni scontro in Italia, e nel 216 AEC conseguì la sua più grande vittoria a Canne, ma, mancando di truppe e rifornimenti sufficienti, non poté porre a frutto i suoi successi. Fu infine scacciato dalla penisola e sconfitto dal generale romano Publio Cornelio Scipione Africano (236 – 183 AEC) alla Battaglia di Zama, in Africa settentrionale, nel 202 AEC; Cartagine fu di nuovo costretta alla pace e a risarcimenti bellici.

Cartagine si trovò in onerose difficoltà nel pagamento dell’indennità di guerra da cui fu di nuovo gravata da Roma; e dové inoltre difendersi dalle incursioni del confinante Regno di Numidia, il cui re Massinissa (r. circa 202 – 148 AEC) era stato alleato dell'Urbe durante la Seconda guerra, e da questa incoraggiato a razziare e compiere liberamente incursioni nei territori punici. Cartagine dichiarò guerra alla Numidia, di fatto contravvenendo al trattato di pace con Roma, che le impediva di mobilizzare un esercito.

A Cartagine si pensò di non avere scelta e di doversi difendere a tutti i costi dalle invasioni di Massinissa, ma si valsero la riprensione di Roma e l’ordine di pagare una nuova indennità di guerra alla Numidia. Avendo solo recentemente concluso i pagamenti del risarcimento a Roma, i punici si ritrovavano ora oppressi da un nuovo debito. Roma per la verità non era precipuamente interessata nei conflitti tra Cartagine e la Numidia, né la preoccupava la rinascita della potenza militare cartaginese.

Punic Cuirass
Punic Cuirass
by Alexander van Loon (CC BY)

Cartagine aveva però ritenuto risolto il contratto con Roma al momento dell’ultimo pagamento del debito di guerra, ma l'Urbe dissentiva e considerava Cartagine ancora obbligata a piegarsi al suo volere — tanto che il senatore romano Marco Porcio Catone terminava ogni sua orazione, quale che ne fosse l’argomento, con la celebre frase: "Ceterum censeo Carthaginem esse delendam" ("Per il resto, ritengo Cartagine debba essere distrutta"). Nel 149 AEC, Roma decise di intraprendere proprio questa strada.

Un’ambasceria romana a Cartagine intimò una lista di ultimatum, inclusa la clausola della demolizione della città e della sua ricostruzione più nell’entroterra, così negando il rimarchevole vantaggio commerciale della posizione costiera. I cartaginesi ovviamente rifiutarono, e la Terza guerra punica (149 – 146 AEC) ebbe inizio.

Il generale romano Publio Cornelio Scipione Emiliano (185 – 129 AEC) assediò Cartagine per tre anni prima di espugnarla. Dopo il saccheggio della città, i romani appiccarono il fuoco e la rasero al suolo, non lasciando in piedi neanche due pietre l’una sull’altra. Il mito moderno vorrebbe che i romani arassero il suolo e spargessero sale tra i solchi perché più nulla crescesse, ma si tratta di un’affermazione priva di fondamento fattuale. Si è anzi detto Scipione Emiliano piangesse nel dare l’ordine di distruggere la città e si comportasse nobilmente nei confronti dei sopravvissuti all’assedio.

Il centro di potere fu trasferito da Utica a Cartagine e restò importante colonia romana fino alla conquista vandala.

Storia successiva

Utica divenne la capitale della Provincia romana d’Africa, e Cartagine restò in rovina fino al 122 AEC, quando il tribuno romano Gaio Sempronio Gracco (154 – 121 AEC) volle rifondarla come piccola colonia. Le traversie politiche di Gracco e l’ancora troppo fresca memoria delle Guerre puniche causarono tuttavia il fallimento dell’impresa coloniale. Giulio Cesare propose e pianificò la ricostruzione di Cartagine, e, cinque anni dopo la sua morte, la città risorse. Il centro di potere fu trasferito da Utica a Cartagine, la quale divenne inoltre "paniere di Roma" per la stessa efficacia agricola che l’aveva arricchita precedentemente — e restò importante colonia romana fino alla conquista vandala, nel 439 EC, del re Genserico (r. 428 – 478 EC).

Cartagine era ulteriormente sollevatasi in prominenza col crescere del cristianesimo, e Sant’Agostino d’Ippona (354 – 430 EC) contribuì al suo prestigio là vivendo e insegnando. La città era di fatto considerata così illustre da farle ospitare il Concilio di Cartagine del 397 EC, durante la cui serie di seguenti sinodi fu confermato il canone dei testi sacri della Chiesa d’Occidente, legittimando i libri che sarebbero diventati la Bibbia cristiana. L’invasione vandala del Nord Africa non arrestò certo lo sviluppo locale del cristianesimo, ma, come in altre zone, sorsero tensioni tra i cristiani ariani (principalmente gli stessi Vandali) e i cristiani trinitari (aderenti all'ortodossia).

I Vandali di Genserico si avvantaggiarono pienamente della felice collocazione della loro nuova città, saccheggiando impunemente le navi di passaggio e salpandovi onde compiere scorrerie lungo le città costiere. I tentativi romani di cacciarli da Cartagine fallirono, e nel 442 EC fu firmato un trattato tra Genserico e l’imperatore Valentiniano III (r. 425 – 455 EC) il quale riconosceva il Regno dei Vandali di Nord Africa come entità politica legittima con cui si stabilivano relazioni pacifiche. Quando Valentiniano venne però assassinato nel 455 EC, Genserico ruppe il trattato, considerandolo un mero accordo tra lui e l’imperatore, e salpò verso Roma. L’Urbe fu depredata, ma, per intercessione di papa Leone I (r. 440 – 461 EC), non danneggiata e la popolazione risparmiata.
I Vandali restarono in possesso di Cartagine, traendo profitto dalla sua posizione, sino a dopo la morte di Genserico.

Coin of King Gelimer
Coin of King Gelimer
by Classical Numismatic Group, Inc. (CC BY-SA)

Il più tardo re Vandalo Gelimero (r. 530 – 534 EC), di fede cristiana ariana, reinstituì la persecuzione dei cristiani trinitari ortodossi, causando l’ira dell’ortodosso imperatore bizantino Giustiniano I (r. 527 – 565 EC), il quale mandò il suo grande generale Belisario (505 – 565 EC) ad intervenire in Nord Africa. Belisario vinse la breve Guerra vandalica (533 – 534 EC), trasse Gelimero a Costantinopoli in catene, e restituì Cartagine all’Impero romano d’Oriente (330 – 1453 EC), sotto il quale seguitò a prosperare.

Sotto i bizantini, Cartagine continuò a fiorire nel commercio e quale granaio della sopravvissuta parte orientale dell’impero, essendo l’Occidente caduto nel 476 EC  Verso il 585 EC Cartagine divenne sede dell’Esarcato d’Africa sotto l’imperatore Maurizio (r. 582 – 602 EC) — di fatto una regione amministrativa separata intesa al più efficace governo delle aree occidentali dell’impero.

Nel 698 EC, i musulmani sconfissero le forze bizantine alla Battaglia di Cartagine, rasero al suolo la città e cacciarono i bizantini dall’Africa. Fortificarono e svilupparono invece la vicina città di Tunisi, elevandola a nuovo centro di commercio e governo della regione: sotto gli arabi, Tunisi prosperò assai più della pur ricostruita Cartagine, ma questa crebbe nondimeno fino all’Ottava crociata del 1270 EC, quando fu espugnata dai crociati europei e la Byrsa rifortificata. Una volta sconfitti i crociati, il califfo Maometto I al-Mustansir fece abbattere le mura e radere al suolo gli edifici onde prevenire ogni possibile successiva occupazione nemica della città.

Conclusioni

Il sito dell’antica città continuò tuttavia ad essere abitato e seguì le sorti della regione, occupata dall’Impero Ottomano (1299 – 1922 EC), il quale non mostrò interesse a scavare tra le rovine se non per trarne materiale di reimpiego — le pietre delle case crollate, dei templi e delle mura riutilizzate da privati o per progetti di costruzione amministrativi, o lasciate là dove giacevano. Moderni scavi archeologici iniziarono nel decennio del 1830 EC grazie all’impegno del consolato danese, e seguitarono sotti i francesi tra il 1860 e il 1900 EC.

Successivi lavori di scavo del sito furono intrapresi lungo la prima parte del secolo scorso, ma, così come a Sabrata, gli archeologi erano più interessati alla Storia romana di Cartagine. La temperie politica e culturale del tempo riteneva i cartaginesi, in quanto semiti, popolo di poco conto, e l’antisemitismo influenzò significativamente non solo l’interpretazione dei rinvenimenti ma anche la scelta di cosa andasse musealizzato e cosa scartato.

Pertanto, la Storia dell’antica Cartagine ha sofferto per il pregiudizio di questi primi scavi moderni forse tanto quanto per la distruzione romana o i successivi conflitti. Solo dopo la Seconda guerra mondiale lavori di scavo sistematici e obiettivi ebbero inizio, secondo il pensiero archeologico applicato negli scavi e l’interpretazione dei rinvenimenti presso altri siti antichi.

Nell’odierna Tunisia, le rovine di Cartagine costituiscono importante polo turistico ed archeologico. Il profilo del grande porto è ancora riconoscibile, così come ancora visibili le rovine di abitazioni, terme, templi e palazzi dei giorni quando la città imperava nel Mediterraneo quale gioiello più opulente della costa nordafricana.

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Info traduttore

Alfonso Vincenzo Mauro
Interprete e traduttore a Vietri sul Mare (SA). Condirettore del festival di cultura 'La Congrega Letteraria', a Vietri sul Mare. Corso di laurea in Storia, Universita' degli Studi di Napoli 'Federico II'.

Info autore

Joshua J. Mark
A freelance writer and former part-time Professor of Philosophy at Marist College, New York, Joshua J. Mark has lived in Greece and Germany and traveled through Egypt. He has taught history, writing, literature, and philosophy at the college level.